Obiettivi nel management sanitario

Un obiettivo per ogni occasione: come visione, intenzione e azione trasformano gli obiettivi in alleati

Nel management sanitario, definire obiettivi chiari è una delle sfide più frequenti per coordinatori e manager, ma anche una delle più fraintese.

Ma cosa significa davvero “definire un obiettivo” e, soprattutto, come possiamo fare in modo che diventi uno strumento concreto e utile nel contesto quotidiano?

In questo articolo esploriamo come visione, intenzione e azione possano sostenere gli obiettivi nel management sanitario e come trasformarli in alleati reali, capaci di guidare e sostenere il lavoro nel contesto sanitario.

Cosa sono gli obiettivi

Un obiettivo è sia un nome (sostantivo) che un aggettivo. 

Diciamo: lavoro per obiettivi (sostantivo), oppure: dovremmo essere più obiettivi, o ancora: serve una valutazione obiettiva.

In ogni caso, è un termine molto utilizzato in tutti i contesti, soprattutto nelle organizzazioni e in ambito manageriale. 

Se lo utilizziamo come sostantivo, un obiettivo è una meta, un traguardo e una volta raggiunto, è rappresentato da un risultato tangibile e concreto

Se lo utilizziamo come aggettivo, indica imparzialità e spesso lo citiamo per processi o procedure da valutare e misurare.

Qui mi focalizzerò sull’uso della parola obiettivo come sostantivo, per l’uso che ne facciamo nel management, nelle organizzazioni e nei processi in ambito sanitario.

Come distinguerlo da altro: fra visione e azione

Possiamo collocare l’obiettivo a metà fra la visione e l’azione.
In un continuum di significato verrebbe così:

Visione → Obiettivo → Azione.

La visione è orientata al senso e alla direzione verso cui andare, che futuro vogliamo costruire.
È: come vedo qualcosa orientato al futuro. È costruita sui valori che riteniamo importanti e rappresenta il “perché”.

Gli obiettivi e le azioni rappresentano il “come”. 

Intenzione come passaggio lineare

Per completare il quadro ci manca ancora l’intenzione, che possiamo collocare in due modi, che definirò: lineare o a ombrello. 

In entrambi i modi, l’intenzione implica consapevolezza, ed è una scelta su come vogliamo muoverci, che atteggiamento adottare, che tipo di persona vogliamo essere mentre agiamo. 

Se vediamo l’intenzione collocata in modo lineare, la possiamo inserire fra obiettivo e azione, in questo modo:

Visione → Obiettivo → Intenzione → Azione.

Cioè:

  • la visione è l’orizzonte e risponde alle domande: dove voglio andare? perché è importante?
  • l’obiettivo è la traduzione concreta della visione e risponde alla domanda: che risultato voglio raggiungere?
  • l’intenzione è il “ponte” tra dentro e fuori e risponde alle domande: come voglio stare mentre agisco? con quale qualità?
  • l’azione è ciò che faccio, qui e ora e risponde alla domanda: qual è il prossimo passo?

Intenzione come ombrello

Se invece disegniamo tutto questo a ombrello, l’intenzione non è più solo uno step della sequenza, ma una qualità trasversale che accompagna visione, obiettivo e azione.

In altre parole: si può avere una visione con un’intenzione, si può formulare un obiettivo con un’intenzione, si può compiere un’azione con un’intenzione. In questo modo l’intenzione diventa il clima interno in cui tutto avviene e non è più solo un passaggio del percorso: è l’atteggiamento con cui si attraversa visione, obiettivi e azioni.

È in questo senso che fa da ombrello a tutto. Alcuni esempi di intenzione:

  • la mia intenzione è ascoltare con più presenza
  • lavoro a questo progetto con l’intenzione di imparare.

I 4 step per collegare intenzione, visione, obiettivo e azione

In sintesi, si possono collegare i 4 step considerando che: la visione dà la direzione, l’obiettivo definisce il traguardo, l’intenzione orienta il modo, l’azione rende tutto concreto.

Vorrei usare questi verbi per i 4 step, che rappresentano anche il comportamento di ciascuno:

  • orientare (visione),
  • strutturare (obiettivo),
  • concretizzare (azione),
  • qualificare (intenzione).

Ora che ho collocato l’obiettivo in un contesto di significati e l’ho distinto da altro, posso passare a definirlo.

Cos’è davvero un obiettivo

Un obiettivo è una scelta, un “qualcosa” da raggiungere o da ottenere, che chiamiamo: risultato.

Dà struttura alle nostre azioni e ci permette di capire se stiamo avanzando oppure no. Una sua caratteristica è la tangibilità. Ci chiede di stabilire cosa vedremo di concreto quando l’obiettivo sarà raggiunto. 

È parente stretto con l’efficacia, che viene anche definita come: rapporto fra obiettivi e risultati. In teoria l’obiettivo non si preoccupa delle risorse, si preoccupa del risultato. Poi in pratica abbiamo bisogno anche di pensare alle risorse e allora andiamo a chiedere aiuto all’efficienza (rapporto fra risultati e risorse).

Ma per capire meglio come maneggiare un obiettivo, conviene rimanere focalizzati sull’efficacia e sul concetto di risultato. 

A rendere visibile questo, ci può aiutare l’approccio OKR (Objectives and Key Results) che è uno strumento che permette di collegare un obiettivo ad alcuni risultati chiave, che sono osservabili e che indicano se il percorso sta andando nella direzione giusta.

Come si scrive un obiettivo efficace

L’obiettivo si scrive con un verbo (operativo, il più possibile). Meglio evitare verbi generici come: migliorare, mantenere, etc. ma verbi come: aumentare (del 10%). Oppure, altri verbi concreti: scrivere, predisporre, costruire, sperimentare. 

Dopo il verbo, dobbiamo indicare il “cosa” raggiungere e dobbiamo anche riconoscere l’importanza di un indicatore che lo renda misurabile. Poi, è utile occuparsi della reale possibilità di raggiungerlo e del tempo necessario per farlo.

Il classico metodo SMART per la definizione degli obiettivi

Ci può venire in aiuto il classico acronimo SMART:

S come specifico: deve essere chiaro, ben definito, non vago.  Risponde a: che cosa voglio ottenere, esattamente?
M come misurabile: ci deve permettere di capire se stiamo andando avanti. Risponde a: come mi accorgo che sto facendo progressi?
A come attuabile: deve essere realistico rispetto alle risorse disponibili. Risponde a: è alla mia portata, in questo momento?
R come rilevante:deve averesenso per me, per il team e per l’organizzazione. Risponde a: perché è importante?
T come temporizzato: cioè collocato nel tempo.  Risponde a: entro quando?

Dove abitano gli obiettivi nelle organizzazioni sanitarie

Gli obiettivi hanno tante case, si muovono bene nell’organizzazione.

Un posto dove li possiamo trovare è nel management per obiettivi (MbO – Management by Obiectives), metodologia descritta per la prima volta negli anni ’50 da Peter Drucker nel libro “The practice of Management”, e ampiamente utilizzata (e criticata!) in aziende di ogni tipo. 

Poi, li possiamo trovare all’interno dei processi organizzativi e dei processi clinici. Nei processi organizzativi, hanno spesso a che fare con il cambiamento o il miglioramento e nei processi clinici, sono ciò che orienta il percorso delle persone assistite. 

Tutto facile?

Così descritti, gli obiettivi sembrano un approccio semplice e concreto per sostenere le azioni, che altrimenti rischierebbero di correre da sole, indisturbate, nei corridoi delle organizzazioni.

Eppure non è così semplice.

Ne parliamo molto: diciamo che gli obiettivi devono essere chiari e condivisi, che vanno misurati, che dovrebbero guidare il lavoro quotidiano.
Ma non è raro vederli abbandonati dopo qualche settimana o qualche mese, oppure relegati sullo sfondo, senza una reale centralità rispetto all’azione quotidiana.

Pertanto, nelle nostre organizzazioni, definire un obiettivo non basta: serve mantenerlo vivo.

La visione ci dà la direzione, l’obiettivo lo concretizza, l’intenzione qualifica il percorso e l’azione lo realizza. Solo così gli obiettivi diventano strumenti vitali che sostengono davvero il lavoro quotidiano in sanità.

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