Change management nelle organizzazioni sanitarie

Il cambiamento organizzativo è un processo dinamico di tipo adattativo (Recchioni, 2010).

Ma cosa significa davvero?

In questo articolo esplorerò le tre parole chiave contenute in questa definizione – processo, dinamico, adattativo – e come le organizzazioni (e le persone) cambino.

Tre parole chiave

Le tre parole chiave da cui partiamo sono: processo, dinamico, adattativo.

Processo: il cambiamento non è un evento singolo, ma qualcosa che si sviluppa nel tempo, attraversa fasi, aggiustamenti e punti di arresto.

Dinamico: il cambiamento non è lineare e nemmeno prevedibile in modo rigido.
Si muove, evolve, reagisce agli stimoli interni ed esterni. Lungo il percorso possono emergere effetti inattesi, resistenze, accelerazioni improvvise o rallentamenti. 

Adattativo: il cambiamento nasce come risposta (adattamento) a un contesto che si trasforma. Può essere attivato da: 

  • mutamenti normativi
  • innovazioni tecnologiche
  • pressioni economiche
  • evoluzioni culturali
  • bisogni emergenti delle persone

Questo significa che il cambiamento organizzativo non è solo una scelta strategica deliberata, ma un processo continuo di adattamento a un ambiente in evoluzione, che coinvolge strutture, processi e persone.

Il cambiamento è un’opportunità o una minaccia?

La risposta più onesta è: entrambe!

Il cambiamento è, in ogni caso, un’opportunità di apprendimento.
Quando è voluto e progettato, cioè scelto, tende ad aprire scenari evolutivi e può essere percepito come una leva per lo sviluppo.

Diventa un’opportunità quando si configura come una circostanza favorevole che rende possibile – o più agevole – il raggiungimento di un obiettivo. Può favorire: 

  • la crescita professionale
  • lo sviluppo di autonomia o di competenze
  • la soluzione di problemi 
  • l’innovazione di processi

Tuttavia, il cambiamento può essere vissuto come una minaccia quando è subìto o non accompagnato e quindi attiva meccanismi di opposizione.

Se il cambiamento: 

  • mette in discussione ruoli e funzioni
  • richiede il cambiamento di abitudini
  • comporta l’acquisizione di nuove competenze

può aumentare l’incertezza e ridurre il senso di controllo, innescando possibili comportamenti di resistenza.

In altre parole, il cambiamento non è intrinsecamente positivo o negativo: lo diventa in base a come viene progettato, comunicato e gestito, e a quanto le persone vengono coinvolte nel processo.

Sempre cambiamento?

Cambiare o mantenere quello che c’è è una domanda/dilemma, che, credo, ogni manager si sia posto almeno una volta nel proprio percorso professionale.

Le sollecitazioni dell’ambiente esterno o interno sono un richiamo ad agire, a cambiare qualcosa per adattarsi e rispondere alle richieste. A volte l’azione è una valutazione, che induce a lasciare le cose così come sono, altre volte l’azione é l’inizio di un processo di trasformazione.

Un’importante competenza manageriale non sta nel cambiare sempre, ma nel saper distinguere quando è il momento di farlo e quando, invece, è strategico consolidare ciò che funziona.

Le discriminanti che orientano la percezione del cambiamento o della stabilità come elementi positivi o negativi sono principalmente due:

  • la possibilità di scelta
  • il valore/opportunità offerta dalla decisione adottata

In questa prospettiva, può risultare negativo:

  • un cambiamento non voluto, ma subìto 
  • la stabilità che coincide con immobilismo o stagnazione 

Può invece essere positivo

  • un cambiamento perseguito in modo consapevole 
  • una scelta deliberata di conservare una consuetudine e mantenere una prassi che risulta efficace

In altre parole, il punto non è “cambiare sempre” o “mantenere sempre”, ma esercitare una scelta responsabile e coerente con il contesto.

Gestire il cambiamento

La gestione del cambiamento (change management) si realizza quando un’organizzazione coordina gli sforzi per transitare da una situazione corrente a una futura.

Coordinare gli sforzi significa agire all’interno di un sistema che impegni le persone a tutti i livelli.

Cambiamento programmato o non programmato

Possiamo classificare il cambiamento in diversi modi, uno di questi lo distingue in programmato e non programmato.

Il cambiamento programmato:

  • nasce da una precisa intenzione
  • necessita di un piano strategico e di un progetto operativo
  • è meno frequente rispetto al cambiamento non programmato

Il cambiamento non programmato:

  • ha un’evoluzione lenta e graduale
  • non è sostenuto da un progetto strutturato
  • è un adattamento progressivo a richieste, situazioni e bisogni che emergono 

Un altro modo per classificare il cambiamento è incrementale o radicale

Cambiamento incrementale o radicale

Il cambiamento incrementale consiste in una serie di trasformazioni finalizzate a migliorare lo stato attuale, senza modificare l’assetto complessivo dell’organizzazione.

È un cambiamento evolutivo e transazionale.

Il secondo, quello radicale, invece, introduce una discontinuità rispetto all’assetto organizzativo preesistente e punta a una trasformazione profonda dell’organizzazione.

È un cambiamento rivoluzionario e trasformazionale.

Meglio il primo o il secondo?

Anche in questo caso, la risposta più corretta è: entrambi!

Per trovare un equilibrio fra le due modalità, possono aiutarci le logiche giapponesi del kaizen e del kairyo.

Kaizen significa “cambiare in meglio” e si fonda su piccoli passi incrementali, graduali e costanti, che servono per perfezionare i processi, ridurre gli sprechi e migliorare la qualità.

Kairyo si riferisce a cambiamenti radicali, innovazioni o rinnovamenti significativi. È definito anche miglioramento “a gradino” perché produce un salto organizzativo. 

Cambiare è facile?

Pare di no! 

John P. Kotter, professore alla Harward Businees School, ha evidenziato come la maggior parte delle iniziative di cambiamento organizzativo (fino al 70%) fallisca o produca risultati moderati o scarsi. Ciò accade in quanto non viene adottata una visione olistica per vedere e quindi creare il cambiamento. 

Il punto da cui partire è la “creazione del senso di urgenza”, affinché le persone percepiscano realmente il bisogno di cambiare. 

Perché è così importante? Perché senza questa spinta iniziale, qualsiasi sforzo di cambiamento è destinato a fallire, mancando le basi e le ragioni per continuare nel percorso, anche di fronte agli ostacoli. 

Il Modello di Kotter è articolato in 8 step, organizzati in 3 macrofasi: preparazione, sviluppo, consolidamento – per creare urgenza, mobilitare le persone e radicare i nuovi comportamenti nella cultura aziendale.

Gli 8 Step del Modello di Kotter:

  1. Creare un senso di urgenza, motivando la necessità del cambiamento
  2. Creare un team con credibilità e competenze necessarie per guidare la trasformazione
  3. Sviluppare una visione e definire una strategia operativa
  4. Comunicare e diffondere la visione in modo pervasivo e guidare le persone con l’esempio
  5. Rimuovere gli ostacoli e le barriere strutturali, procedurali o culturali che frenano l’avanzamento
  6. Generare risultati a breve termine (quick wins) e celebrare i successi intermedi per mantenere la motivazione e confermare la validità del progetto
  7. Consolidare i progressi, promuovere cambiamenti più ampi e portare a termine le attività rimaste 
  8. Radicare il cambiamento nella cultura, rendendo i nuovi comportamenti parte integrante dell’organizzazione e lo standard di riferimento

Non si cambia pensando di cambiare, si cambia cambiando.

Per approfondire: 

Pennini A., 10 brevi lezioni per manager in sanità (puoi leggere qui un estratto)

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