Modelli … in che senso?
Un modello è un’astrazione, una rappresentazione della realtà in scala semplificata o ridotta, per poterla comprendere.
Nelle organizzazioni sanitarie convivono modelli concettuali, professionali e organizzativi.
I primi spiegano principi, valori e paradigmi della cura. Possiamo trovarli applicati e riconoscerli nella documentazione sanitaria (ad esempio: basata sui bisogni o su modelli funzionali di salute) oppure nei comportamenti professionali (ad esempio: cure basate sulla relazione).
Colorano l’organizzazione e abitano l’impianto valoriale delle persone che vi lavorano.
Gli altri due – professionali e organizzativi – dovrebbero essere allineati al modello concettuale, appartenere allo stesso impianto.
Spesso però le organizzazioni non partono dal modello concettuale: hanno esigenze organizzative, professionali o normative che guidano la ricerca di un modello “adatto” a risolvere problemi, conflitti o carenze. Se l’organizzazione ha un bisogno (interno o esterno), probabilmente cerca risposta in un modello esistente e prova ad applicarlo per trovare soluzioni.
I modelli organizzativi qualche risposta la danno, ma al prezzo del cambiamento del modello attuale. Per farlo, serve coinvolgere i professionisti e mettere mano anche al modello professionale. E interrogarsi sul modello concettuale. Il percorso a ritroso è spesso irto di insidie: i modelli professionale e organizzativo sono legati, e senza quello concettuale lo sgabello a tre piedi traballa.
Professionale e organizzativo: modelli amici per sempre
In letteratura si distinguono:
- nursing practice models – descrivono come dovrebbe essere l’infermiere in quel modello, quali competenze possiede, come si esprime la pratica professionale.
- nursing care delivery models – spiegano come le cure infermieristiche vengono erogate, cioè come si realizza il processo di cura.
È per questo che sono inseparabili: non può esistere Primary Nursing senza un primary nurse (e viceversa); Case Management senza un case manager (e viceversa).
Tutto questo non vale solo per il mondo infermieristico, ma anche per altri ambiti sanitari e in generale per le organizzazioni. Practice model e delivery model (modelli di pratica e modelli di erogazione) sono due facce della stessa medaglia: lato professionista e lato organizzazione (con sguardo ai processi che producono il valore per le persone che ne usufruiscono).
Qui, una sintesi (per l’area infermieristica):

Bisogni interni e bisogni esterni delle organizzazioni
I bisogni interni riguardano numeri o qualità. Nel primo caso, possiamo avere problemi di organico, carenze o scarsità di risorse. Nel secondo caso, possiamo avere problemi di composizione del team di lavoro, in termini di competenze o motivazione. O entrambi, naturalmente.
I bisogni esterni si concretizzano in richieste che provengono da chi usufruisce il servizio. Anche in questo caso, parliamo di numeri o di qualità. Le richieste potrebbero essere aumentate oppure potrebbero essere diverse che in passato. Lo stiamo vedendo con l’attuale curva demografica e le patologie croniche, ad esempio.
Bisogni interni e bisogni esterni si incontrano sul confine dell’organizzazione, che si chiede:
- sarò in grado di rispondere?
- che risorse servono per farlo?
- come mi devo organizzare?
- cosa devo cambiare per dare risposta a un mondo che cambia?
Bisogni esterni e bisogni interni chiedono all’organizzazione di trovare soluzioni e un posto dove cercare è nei modelli descritti dalla letteratura o già applicati altrove. Ma non basta, ovviamente. Ogni organizzazione deve trovare il proprio modo, provando, sbagliando e ricominciando, per portare un modello da modello a sistema.
Da modello a sistema: cosa significa applicare un modello
Significa passare dalla mappa al territorio.
Quando applicati, i modelli smettono di essere modelli e diventano sistemi organizzativi: da model of care a system of care. Si trasformano da impianto teorico a pratica condivisa.
Questo comporta che ci possono essere tanti modi per comprenderlo e applicarlo, il modello. E ogni applicazione è diversa: dipende da chi lo interpreta, dalle risorse disponibili, dalla cultura organizzativa, dai sistemi di incentivazione all’utilizzo e altri ancora.
Ogni volta è diverso e al tempo stesso, mantiene in nuce l’idea originaria del modello che è stato scelto e applicato.
Perché chiamarli modelli di erogazione delle cure infermieristiche?
Si chiamano così perché descrivono come le cure infermieristiche vengono prestate, fornite, messe in atto. Riguardano il processo di cura e alla sua realizzazione pratica.
Includono la necessità di definire cosa sta a monte, al centro e a valle degli atti assistenziali.
A monte: come vengono pianificate le cure (dall’accertamento iniziale all’identificazione degli interventi necessari per risolvere i problemi e raggiungere gli obiettivi).
Al centro: le attività tecniche, relazionali ed educative che effettivamente la persona riceve.
A valle: la valutazione finale del grado di raggiungimento degli obiettivi, cioè gli outcome che la persona ha realizzato/raggiunto grazie anche al processo di cura.
Perché parlare di cure infermieristiche e non di assistenza?
Perché l’assistenza infermieristica è una cura.
Perché prendersi cura è curare.
La distinzione fra curare e prendersi cura è stata utile per chiarire identità professionali in una fase storica. Oggi, nei sistemi complessi, rischia di essere insufficiente: la cura è un processo che richiede competenze cliniche, relazionali, educative e organizzative allo stesso tempo. Che i diversi professionisti possono possedere, in misure diversificate.
Dividere il curare dal prendersi cura rischia di alimentare la dicotomia e la ricerca di valori diversi, costruendo (perlopiù) fazioni professionali e poco valore per chi le cure le riceve.
L’idea storica è che curare è trattare la malattia in termini di diagnosi e terapia, mentre prendersi cura è accompagnare il percorso della persona, è relazione e visione olistica.
L’idea più contemporanea e più aderente ai sistemi complessi in cui viviamo, è che queste parti andrebbero integrate in un approccio più ampio e inclusivo. Che valorizzi le professioni e le persone che ricevono le cure, senza pensare separato.
Prendersi cura, è curare. Chi riceve, è curato.
Non avere un modello
Capita che le organizzazioni non abbiano o non sappiano di applicare un modello, quel modello.
Se alla domanda: che modello organizzativo applicate? Compare un’espressione interrogativa, stupita o imbarazzata, accompagnata da: in che senso? Di norma, il modello applicato è il functional nursing (assistenza funzionale o per compiti).
Non riconoscerlo e non saperlo nominare è un peccato: significa che siamo talmente immersi nel modello da non vederlo più. Come l’acqua per i pesci. E se non lo vediamo non possiamo confrontarlo con altri, imparare, crescere e cambiare, se serve.
A volte non ci sono le condizioni per cambiare, ma riconoscerlo e dargli un nome è un passo di consapevolezza che riguarda tutti.
Il modello dell’Efficacia del Ruolo del Nursing (NREM)
Il modello dell’Efficacia del Ruolo del Nursing (Nursing Role Effectiveness Model – NREM12) , sviluppato da Irvine et Al. nel 1998, è un framework concettuale che definisce e misura il contributo specifico degli infermieri sugli esiti di salute del paziente, riadattando la struttura di Donabedian (struttura, processo, esito).
Spiega come e perché il ruolo infermieristico può influenzare o produrre esiti.
Perché è interessante citarlo parlando di modelli professionali e organizzativi di erogazione delle cure?
Perché, il NREM considera:
- 3 variabili in ingresso nel processo
- 3 variabili interne al processo di cura, che consentono di ottenere o influenzare gli esiti.
Due delle tre variabili in ingresso sono spiegabili, anche, con i modelli professionali e i modelli organizzativi che scegliamo (infermiere e organizzazione). Ad esempio, la variabile “struttura” include il modello organizzativo di erogazione delle cure, che fornisce il terreno su cui coltivare il ruolo.
All’interno del processo, i tre ruoli infermieristici raccontano come si esplicitano e manifestano i modelli professionali nell’organizzazione, distinguendo tre modalità:
- indipendente – independent role (decisioni e attività autonome come responsabile del processo)
- dipendente (o medico-assistenziale) – medical care-related role (interventi su prescrizione)
- interdipendente – interdependent role (attività collaborative, di coordinamento, comunicazione e continuità)
I modelli organizzativi amplificano o riducono queste componenti. Ad esempio: il modello funzionale riduce il ruolo indipendente e frammenta quello interdipendente, a favore di quello dipendente; il Primary Nursing massimizza il ruolo indipendente e interdipendente.
I sistemi organizzativi possono favorire gli aspetti burocratici o quelli professionali, in base a come sono strutturati e progettati e ai valori che esprimono. Se prevalgono gli aspetti burocratici e gerarchici, la tendenza e quella della decisione accentrata e distribuzione di compiti a chi e in prima linea; se prevalgono gli aspetti professionali, la tendenza e contraria: chi e a contatto con l’assistito e “proprietario” del processo e decide.
Da Il nursing è Primary Nursing. Governare l’organizzazione della cura infermieristica. Pennini A., Armellin G., Maggioli Editore, 2026
All’esterno, tutto questo racconta, che gli esiti di cura, possono essere influenzati, anche, dal modello che scegliamo.



