Da quando è accaduto il “caso San Raffaele”, mi ritrovo a pensare se sia opportuno condividere una mia riflessione. Mi sono resa conto che continuavo a rimandare, per varie ragioni:
- Non conosco a fondo i fatti e non amo esprimere pareri se non comprendo quello che è successo. So quello che hanno scritto e detto i media, ma mi sembra parziale, per cui ho considerato rischioso esporre commenti e opinioni su fatti non accertati.
- Ci sono tante questioni intrecciate e non saprei a quale dare la precedenza.
- Ho letto tante interpretazioni, alcune le condivido, altre le ho trovate ripetitive e strumentali per cavalcare l’onda delle difficoltà del sistema sanitario.
- Non ho “titoli” per poter interpretare a fondo la questione, per cui mi limiterò ad alcune suggestioni che mi girano in testa da giorni.
Quindi, eccomi al dunque. Ho deciso di dire la mia, tenendo ben presente il punto 1.
C’è la questione della “stratificazione di responsabilità” che va considerata: da chi ha preso le decisioni organizzative a chi si è trovato ad assistere pazienti critici. E questa è una caratteristica della complessità in cui ci troviamo ad agire. Reason con le sue fette di formaggio, sono più di 30 anni che ci mette in guardia dall’allineamento dei buchi e in questo caso ne abbiamo avuto un esempio concreto.
C’è la questione della reputazione della struttura. Se è successo in un’organizzazione di eccellenza nel panorama italiano, cosa succede altrove? Dobbiamo rassegnarci e “normalizzare” quello che sta accadendo o risvegliarci proprio perché è accaduto?
C’è la questione quali-quantitativa del personale infermieristico. Sappiamo di essere in fondo alla classifica per numeri di infermieri e ogni giorno parliamo e scriviamo di carenze quantitative. I numeri sono abbastanza facili da manovrare e ci riportano alla realtà. Ma non lo sono di meno le questioni qualitative, cioè le competenze. Da anni pensiamo di certificarle, di mapparle, di valorizzarle, di differenziarle fra pratiche generaliste e pratiche
avanzate, ma ancora non siamo riusciti a dare una cornice stabile a tutto questo.
Fino a qui, tutte questioni per gli “addetti ai lavori”. Ma poi…
C’è la questione dell’impatto delle trasformazioni demografiche, economiche, sociali, digitali. Cioè dove domanda e offerta si incrociano.
Leggendo il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, emergono dati che interpretano i principali processi socio-economici contemporanei e che ci interessano anche per la situazione sanitaria.
Si evidenziano elementi interessanti: le capacità di adattamento dei cittadini compensano, almeno parzialmente, le mancanze strutturali del Sistema Sanitario Nazionale. Però, 3 su 4 hanno paura di non trovare un’assistenza pubblica adeguata in caso di non autosufficienza. Cioè: resistiamo, ma siamo stanchi. Abbiamo rimodulato le attese, fatto i conti con le nostre fragilità, ma non possiamo dirci soddisfatti e al sicuro.
E qui, tutte le questioni che ho elencato sopra si fondono con la richiesta sociale, che non trovando tutte le risposte che cerca, si adatta e compensa.
Le questioni che sottolineavo sopra si intrecciano con le esigenze del sistema sociale e ci dicono, comunque, che questo episodio è un evento che non possiamo trascurare.
Perché, comunque, ci parla di fragilità, di un sistema che non sta rispondendo a quello che serve ora.
Ma non possiamo rassegnarci.
Come si legge nel rapporto: il faccia a faccia con l’attuale non ha il compito di inondare, ma di irrigare. Irrigare è un verbo molto bello, sta alla base del coltivare, del produrre qualcosa di valore, del vedere il frutto del proprio lavoro. Non possiamo rassegnarci.


