Andar per aule, andar per social

In quest’ultimo periodo professionale ho scelto di condividere sul mio blog e sui social contenuti di diversi tipi legati al management sanitario: con un riferimento teorico oppure con aspetti più applicativi.

Lo faccio perché credo che serva occupare spazio con discussioni che portino consapevolezza e conoscenza.
Lo faccio perché voglio divulgare e condividere quello che ho imparato lungo un percorso professionale in cui ho studiato tanto e che mi ha cambiata. Lo faccio perché oltre ad andar per aule voglio provare ad andar per social e vedere cosa succede.

Perché racconto tutto questo?
Perché a volte pubblico contenuti di politica professionale o legati al riconoscimento sociale delle professioni sanitarie e spesso ricevo commenti che hanno un tono ostile o polemico. Non so se nei confronti di quello che scrivo o del sistema stesso. Spero nel secondo, ovviamente.

Questo però non aiuta il riconoscimento sociale, che è esattamente una delle cose che perseguo pubblicando quei contenuti. Scrivendo commenti denigratori sulle istituzioni o irrispettosi verso le stesse categorie professionali o dispregiativi su alcune tipologie di attività sanitarie, di fatto perpetuiamo il non riconoscimento. Perché lo spazio si occupa comunque. Possiamo occuparlo bene, cioè promuovendo immaginari e narrazioni collettive di rispetto, dignità e crescita, oppure male, usando toni offensivi o critiche senza valore. Sta a noi decidere come occupare lo spazio.

Questo mi ricorda la leggenda Cherokee dei due lupi (uno nero e uno bianco) che vivono in ognuno di noi, fra i quali c’è una battaglia costante perché uno è cattivo (rabbia, invidia, risentimento), l’altro è buono (armonia, gentilezza, generosità). Qual è il lupo che vince?

Quello che nutriamo di più con le nostre azioni e i nostri pensieri quotidiani. Vale per noi stessi e vale anche per contesti più ampi, come quello delle comunità professionali.
Il riconoscimento delle professioni è collegato al processo di costruzione sociale delle stesse. E delegarlo alle istituzioni che le rappresentano è un atto ingenuo e parziale. Non voglio essere fraintesa: non perché le loro azioni non siano importanti, ma perché da sole non bastano. C’è una voce informale, non istituzionale, che ogni giorno parla e traccia dei solchi: nei corridoi e nei social e contribuisce in modo rilevante a costruire il riconoscimento.
Il linguaggio che usiamo, l’opinione comune, le convinzioni, gli atteggiamenti, gli stereotipi, sono tutti elementi che lasciano impronte sul terreno, che descrivono la realtà, ma anche che la creano.

Questo, quindi, è un messaggio di posizionamento da parte mia: nello spazio di condivisione che ho creato sono benvenuti messaggi che nutrono il lupo bianco e non sono ben accetti quelli che nutrono il lupo nero.

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