Le parole significano. Le parole vogliono dire.
Ad aprile vi regalo la parola VOCAZIONE.
Si, vocazione. Parola difficile da trattare. Soprattutto nel mondo in cui lavoro io, quello delle professioni sanitarie, dove dire vocazione significa, a volte, spesso, quasi sempre, invocare un tabù. Ed ecco che, senza (quasi) neppure accorgermi ho pure usato la parola “invocare”!
Ma andiamo con ordine.
Vocazione ha diversi significati, ma tutti riconducibili alla sua etimologia: vocatio -onis, der. di vocare, ovvero “chiamare”.
Pertanto, se spulciamo nel vocabolario e decliniamo meglio questo “chiamare” possiamo trovare sfumature interessanti. Può essere una:
- disposizione che induce ognuno di noi a certe scelte nel modo di vivere
- inclinazione naturale ad adottare una condizione di vita
- predisposizione a esercitare un’arte o una professione
- propensione a intraprendere lo studio di una disciplina
- tendenza a comportarsi in un certo modo o a fare certe cose invece di altre
- spinta a sentirsi partecipi di un progetto
Allora perché tanto clamore nell’utilizzarla? Al limite dell’indignazione, a volte. Forse perché l’accostamento più consueto è quello con l’aspetto religioso e la forma di difesa frequente è: svolgiamo una professione, la vocazione non c’entra nulla!
Eppure, c’entra. Eccome se c’entra. Si tratta solo di decidere di quale vocazione stiamo parlando. La parola non ha colpe, ha solo declinazioni. Una possibile è quella religiosa, ma non è l’unica. Le altre sono, ad esempio, quelle elencate sopra. A cui aggiungo quella di “invito”. Invito a seguire un percorso, a svolgere una professione, a studiare una disciplina.
Quindi invoco (cioè mi rivolgo con un tono di preghiera!) un invito a tutti noi a riconoscere la propria propensione, disposizione, inclinazione o predisposizione, nel caso vocazione risulti troppo compromettente o connotata.
La mia vocazione è stata ed è quella di lavorare con le parole, ascoltate, parlate o scritte e di stare in relazione con le persone.


