I modelli organizzativi: fargli spazio, rimetterli in circolo

La vita segreta dei modelli organizzativi

Un modello è una rappresentazione semplificata di qualcosa che esiste nella realtà (oggetto, fenomeno o sistema). 

Riproduce solo alcune caratteristiche essenziali o comportamenti fondamentali dell’oggetto reale, per poterlo comprendere, analizzare e studiare, soprattutto quando la realtà non è direttamente osservabile o è troppo complessa.

È anche un costrutto mentale, nato da un processo di astrazione: combina elementi tratti dalla realtà, ma li organizza in una forma che non esiste mai esattamente così nel mondo concreto. Proprio per questo, un modello è al tempo stesso struttura e interpretazione: mantiene una coerenza interna, ma richiede sempre un adattamento al contesto in cui viene applicato.

Per questo hanno una vita segreta: si nascondono nella teoria, ma vivono nelle organizzazioni. 

E ogni volta che li applichiamo, li trasformiamo.

I modelli che abitano le nostre organizzazioni

Usiamo il termine modello per esprimere concetti diversi. Il più usato è: modello organizzativo. Ma dietro a questa parola ce ne stanno altre e distinguerle è importante per poterle utilizzare in modo più consapevole.

Una distinzione essenziale è quella fra:

  • modelli concettuali
  • modelli professionali
  • modelli organizzativi

Un modello concettuale è una cornice teorica che organizza i principi e le relazioni di un fenomeno. Individua gli elementi essenziali e le loro connessioni, offrendo una mappa interpretativa

Ci permette di rappresentare qualcosa, e, in campo sanitario, descrive i principi e i valori della cura. Individua i paradigmi di riferimento e ci aiuta a comprendere. Se, ad esempio, cito: teoria dei bisogni (con varie declinazioni, autori, ecc.), mi riferisco a costrutti che descrivono e interpretano come l’essere umano abbia, esprima e manifesti dei bisogni che possono essere soddisfatti da gesti di cura.

Un modello professionale definisce come dovrebbe essere e agire un professionista all’interno della propria disciplina. Descrive i principi, le competenze, le responsabilità e i criteri di comportamento che orientano la pratica quotidiana, delineando l’identità e il mandato del ruolo.

Non riguarda l’organizzazione nel suo insieme, ma la postura professionale: come un professionista interpreta il proprio ruolo, prende decisioni, si assume responsabilità e contribuisce agli esiti.

Per esempio, modelli professionali come quello dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC) o dell’Advanced Practice Nurse (APN) definiscono non solo cosa fanno questi professionisti, ma chi sono nel loro ruolo: quali valori li guidano, quali competenze possiedono, quali responsabilità assumono nel processo e nella continuità assistenziale.

Un modello organizzativo è la struttura che rende possibile l’assistenza: definisce come il lavoro viene distribuito, chi fa cosa, con quali connessioni, con quali responsabilità e con quali flussi informativi. Un modello organizzativo è anche in grado di influenzare la sicurezza e incidere sugli esiti clinici e organizzativi. È il modello organizzativo che stabilisce:

  • come si prende in carico una persona
  • chi è il responsabile dei processi
  • come si garantisce continuità e prossimità

Se, ad esempio, prendiamo modelli come il Primary Nursing o il Case Management rispetto al Nursing Funzionale o al Team Nursing, possiamo vedere come cambia:

  • la relazione con la persona
  • la continuità dell’assistenza
  • la distribuzione delle responsabilità
  • il coordinamento tra professionisti
  • la qualità percepita e gli esiti

Qui la sintesi:

Tipo di modelloA cosa serveLivello di applicazioneDomanda guida
Modello concettualeSpiega come pensiamo un fenomeno, quali idee e relazioni lo rendono comprensibileTeorico-interpretativoQuali cornici teoriche ci aiutano a dare senso a ciò che osserviamo?
Modello professionaleDefinisce come agiamo nella pratica professionale: identità, competenze, responsabilità, criteriIdentità professionale, ruoli, responsabilitàChe tipo di professionista vogliamo essere ed esercitare?
Modello organizzativoDescrive come strutturiamo il lavoro collettivo, come ci organizziamo per lavorare insiemeProcessi, coordinamento, flussi, relazioni di lavoroCome dovrebbero essere fornite le cure?

Rimettere in circolo i modelli

I tre tipi di modelli, concettuale, professionale e organizzativo, non possono, e non dovrebbero, vivere separati o in contrasto tra loro. La loro forza sta nella coerenza interna che accompagna l’implementazione: dovrebbero circolare insieme nell’organizzazione, sostenendosi a vicenda.

Se applico un modello concettuale, questo non può entrare in conflitto con il modello professionale, e il modello professionale, a sua volta, deve essere compatibile con quello organizzativo. Quando questa coerenza manca, la circolarità si interrompe: i flussi si inceppano, emergono contraddizioni e si generano conflitti.

Per esempio, se scelgo un modello concettuale centrato sul self-care, è coerente che il modello professionale di riferimento possa essere quello del Primary Nurse o del Case Manager (che, di fatto, rappresenta un Primary Nurse di secondo livello). I modelli organizzativi che sostengono questa impostazione sono il Primary Nursing o il Case Management, perché garantiscono continuità, responsabilità e prossimità.

Se invece volessi adottare un modello concettuale orientato al self-care e un modello professionale come il Primary Nurse o il Case Manager, ma pretendessi di applicarli dentro un modello organizzativo funzionale (functional nursing), l’impianto non reggerebbe. Lo vedremmo sgretolarsi come un castello di carte, perché i tre livelli non parlerebbero la stessa lingua.

Quando un modello incontra un’organizzazione

Quando un modello concettuale, professionale o organizzativo incontra un’organizzazione, inevitabilmente si trasforma. Conserva qualcosa della sua struttura originaria, ma nella vita quotidiana delle unità operative non vediamo idee, costrutti o processi: vediamo comportamenti.

E sono proprio quei comportamenti che ci raccontano se il modello ha trovato spazio, se è stato compreso, se è stato adattato o se è rimasto solo sulla carta.

Per renderlo vivo, non basta applicarlo come descritto in letteratura: è necessario comprenderlo davvero. Solo così si riesce a onorare la sua struttura originaria e, allo stesso tempo, a trasformarla in qualcosa di nuovo e reale.

Un modello applicato alla lettera ma in modo meccanico diventa rigido, fragile, spesso inutile. Un modello compreso e adattato con flessibilità diventa invece uno strumento efficace, capace di sostenere la pratica e di evolvere con essa.

Modelli organizzativi per tutti i livelli

Un modello organizzativo può esistere su diversi livelli. Chiamiamo modello organizzativo quello che, a livello internazionale, descrive approcci ampi come il Chronic Care Model o One Health. Ma chiamiamo modello organizzativo anche le scelte nazionali, regionali o locali che orientano, ad esempio, lo sviluppo dell’assistenza territoriale del SSN o gli ospedali per intensità di cura. E, allo stesso tempo, definiamo modello organizzativo anche assetti applicati a livello di unità operativa, come il Primary Nursing o il Functional Nursing.

Così, passando da un livello all’altro, il concetto di modello assume funzioni diverse, ma tutte orientate a descrivere come vogliamo che siano organizzate le cure. È solo a livello di unità operativa che possiamo parlare davvero di modelli organizzativi di erogazione delle cure, perché è lì che prendono forma concreta e diventano pratica quotidiana.

Modelli per compiti, modelli per obiettivi

Voglio proporre una distinzione utile, seppur semplificata, per comprendere come collocare i modelli organizzativi di erogazione delle cure: modelli per compiti e modelli per obiettivi.

I modelli per compiti sono legati a logiche prestazionali. L’attenzione è sulle attività da svolgere in un determinato momento (orario, turno, giornata) e sulla loro frammentazione tra gli operatori, con un criterio principale di efficienza. Spesso sono accompagnati da piani di attività. Il focus è sull’organizzazione e sul professionista che esegue le prestazioni.

I modelli per obiettivi, invece, sono orientati al raggiungimento degli obiettivi della persona assistita. Il compito passa da fine a mezzo: l’attività conserva la sua rilevanza operativa, ma il criterio guida diventa l’esito che contribuisce a generare. Il criterio principale diventa l’efficacia, e il focus si sposta sulla persona, sui suoi bisogni e sulla continuità del percorso di cura.

Qui la sintesi:

Modelli per compitiModelli per obiettivi
Logica di riferimentoPrestazionale, attività da svolgereRisultati per la persona assistita
Criterio principaleEfficienzaEfficacia
FocusOrganizzazione e professionistaPersona, bisogni, continuità
Strumenti tipiciPiani di attività, turni, assegnazioniPiani di cura, obiettivi individualizzati, continuità professionale
Domanda guidaQuali attività devono essere svolte, quando e da chi?Quali risultati vogliamo ottenere per questa persona?

Dal modello al sistema: un passaggio necessario

Abbiamo detto che modello è un termine che si riferisce a un’astrazione. Se introduciamo, insieme a modello, la parola “sistema”, rendiamo il modello qualcosa di più concreto. 

A volte li usiamo in modo intercambiabile, ma non sono la stessa cosa. 

Questa diversità (system of care versus model of care) si spiega nell’ampiezza del sistema rispetto al modello.

Un modello diventa un sistema di lavoro, quando è adottato in modo trasversale, condiviso, intenzionale e istituzionale. Il modello è tratto dalla teoria e viene calato nella pratica, il sistema è la prova tangibile che il modello è stato applicato.

È un po’ come la partitura e la musica. La partitura offre una struttura, una direzione, un insieme di indicazioni. Ma la partitura, da sola, non suona. La performance nasce dall’incontro tra la partitura e gli interpreti, dai loro gesti, dalle relazioni, dal contesto in cui suonano.

Allo stesso modo, un modello non vive nella sua forma astratta: vive nell’interpretazione che professionisti e organizzazioni ne danno, trasformandola in sistema.

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