Intelligenza artificiale: mezzo o fine?

Quattro rivoluzioni

Credo che in tutte le rivoluzioni un po’ di confusione su questo concetto ci sia. Cioè se quello che stiamo vivendo e facendo sia un fine o un mezzo. Provo a spiegarmi.

Qualche tempo fa sono andata a una conferenza sull’AI, dove si parlava di paure e opportunità dell’AI. Intanto, ammetto che mi sono goduta la situazione, perché una volta tanto non ero io a salire sul palco, ma potevo ascoltare e prendere appunti. Appunti da cui è nato questo articolo e la voglia di approfondire.

Quella che stiamo vivendo con l’intelligenza artificiale è una rivoluzione. Viene descritta come la quarta rivoluzione industriale[1]. La prima, dalla metà del ‘700 alla seconda metà dell’’800 è stata quella del vapore e della meccanizzazione; la seconda, dalla fine dell’’800 agli anni ’50 del ‘900 con l’elettricità e il motore a scoppio; la terza è stata quella del PC e delle telecomunicazioni, dagli anni ’50 a fine ‘900 e quella odierna (la quarta), legata a internet, big data e appunto, intelligenza artificiale.

Queste “ondate” coinvolgono tutta la società, facendo emergere nuovi modi per produrre, per organizzare, per generare valore e distribuire potere. In generale le innovazioni[2], sono quelle situazioni in cui vengono introdotti nuovi prodotti e servizi e/o nuovi metodi per produrli e utilizzarli. Le innovazioni possono essere incrementali o radicali. Nelle prime si perfeziona qualcosa, in termini di prestazioni, usabilità, adattabilità o riduzione dei costi. In quelle radicali invece, c’è un salto, qualcosa di davvero diverso da prima, a volte definito come disruptive, cioè in grado di rivoluzionare, stravolgere i modelli tradizionali di comportamento, organizzativi o di business.

Ora, quella dell’intelligenza artificiale è una rivoluzione, appunto la quarta e si sta manifestando come un’innovazione radicale, che poi avrà i suoi passaggi incrementali.

Innovatori e ritardatari

In ognuna di queste ondate c’è stato e anche in questa ci sarà, qualcuno a favore, che si muoverà nel contesto come un innovatore o primo utilizzatore e altri che a seguire, inizieranno a farci i conti e a capire a cosa può servire tutto questo e altri ancora che saranno del tutto contrari. Ho semplificato in tre categorie (innovatori, intermedi, contrari) anche se mi sto riferendo alla curva di Rogers, o dell’adozione delle innovazioni, che di categorie ne descrive cinque, disposte lungo una curva a campana: innovatori, early adopters, maggioranza iniziale, maggioranza tardiva e ritardatari[3]. In mezzo ci sta il tempo.

Fine e mezzo

Ma torniamo alla questione del fine o del mezzo.

In questa rivoluzione (come nelle altre) è facile confondere i due livelli. Oggi, molti di noi, hanno iniziato a usare l’AI per il loro lavoro (me inclusa) e si chiedono quali implicazioni avrà nel medio e lungo termine. Quali cambiamenti porterà nella vita quotidiana di tutti noi. Oggi, sembra che l’importante sia averla e saperla utilizzare. E che se non la conosci e usi, sei un po’ antiquato.

Se questo però è il fine, manca qualcosa. Cioè manca il perché dovremmo utilizzarla. L’AI non può essere un fine, ma un mezzo. Un mezzo affinchè possiamo fare meglio, fare prima, essere più efficienti o efficaci o appropriati. Nel campo delle professioni di cura: curare di più, curare meglio, ridurre errori, prevenire incidenti e altro ancora. Questo è il fine. Come lo raggiungiamo, è importante, certo. Perché di mezzo c’è l’etica della cura[4]. Ma l’AI è “solo” un come. Non possiamo e non dobbiamo perdere di vista il perché.

Se ci aiuta e aiuta le persone che assistiamo, la dobbiamo utilizzare. Senza snaturarci. Cioè agendo considerandola un supporto, non un sostituto. Ci sono alcuni aspetti imprescindibili:

  • la competenza nel suo utilizzo;
  • la salvaguardia delle relazioni;
  • la responsabilità delle decisioni.


Personalmente, a me piacciono le opportunità che l’AI mi dà: semplifico attività, riduco tempi, cerco informazioni in poco tempo, riassumo, etc. Preferisco meno l’accondiscendenza di alcuni strumenti, che sanno tutto, anche se a volte in modo impreciso. Ma capisco che è questa la sfida, è questo il non snaturarsi. E’ capire il limite, è far tesoro del supporto, lasciando accese le antenne decisionali.

Intermediari della conoscenza

Guardo con interesse cosa accade anche ad altre professioni e ambiti di applicazione.

Per molti professionisti chiamati “intermediari della conoscenza” [5] (fra cui i professionisti sanitari), si tratta di trasformare il proprio modo di lavorare. Viene chiamato anche il “grande patto” l’accordo storico che ha permesso di mantenere il monopolio sul proprio sapere, limitando l’accesso alle proprie competenze, spesso utilizzando un linguaggio specifico ed esclusivo, inaccessibile ai non addetti ai lavori. Oggi questo patto è messo in discussione dalla tecnologia e il monopolio tradizionale della conoscenza va in crisi quando vi è disponibilità di informazioni in modo efficiente e a basso costo. Quindi anche il limite all’accesso delle competenze da parte di chi usufruisce di servizi professionali, potrà essere ridisegnato quando il sapere diventa più accessibile. Si sollevano pertanto questioni sull’occupazione e sul controllo delle competenze oltre a questioni etiche sulla distribuzione delle risorse e dei servizi.

La sfida

Credo che la sfida sia proprio lì, nel mescolare in modo positivo e produttivo artificiale e naturale, far emergere il meglio. Se la escludiamo, togliamo opportunità. Se la includiamo in modo acefalo nei diventiamo succubi. Se la integriamo in modo consapevole può essere un grande aiuto.

Questo mi ricorda una storiella che non saprei nemmeno a chi far risalire, che parla di un sasso che viene utilizzato in più modi: il distratto vi inciampa, il violento fa del male ad altri, l’imprenditore per costruire, il contadino stanco come una sedia, il bambino come un gioco, lo scultore un’opera d’arte. E’ sempre un sasso, non cambia. Cambia l’uso che se ne fa.

Ecco, credo sia qui, il nodo del mezzo e non del fine. Sapere che l’AI è un mezzo, un potente mezzo. Dove vogliamo andare, dobbiamo saperlo noi, umani.


[1] Bianchi P., 4.0 La nuova rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna, 2018

[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/innovazione-tecnologica_(Enciclopedia-del-Novecento)/

[3] Rogers E. M., Diffusion of Innovation, Free Press, 1962

[4] Arcadi P., Nursing leadership and artificial intelligence ethics: Safeguarding relationships and values, Nursing Ethics, August 2025

[5] Susskind R., Susskind D., Il futuro delle professioni: come la tecnologia trasformerà il lavoro dei professionisti, Rubbettino, 2023

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